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DEACTORS - EP. 2 - EVAN PETERS

 di Roberta Cricelli

I'm goofy. I'm silly. I like to have fun. - Evan Peters

Evan Peters fotografato nel 2019 per Esquire Singapore

AMERICAN HORROR STORY (2011 - in corso) 
Halloween si avvicina e, come ogni anno, l’atmosfera si tinge di arancione, tra zucche illuminate 🎃, maschere polverose e un irresistibile richiamo verso storie che sfidano il confine tra realtà e incubo! Per gli appassionati del genere horror, questo non è soltanto un periodo di celebrazione: è un rito collettivo, un tuffo consapevole nei meandri più inquieti della mente umana. Nel panorama televisivo contemporaneo, pochi titoli hanno avuto l’impatto di American Horror Story, la serie antologica ideata da Ryan Murphy e Brad Falchuk. Fin dal suo debutto nel 2011, la serie ha riscritto le regole dell’horror in TV, fondendo l’estetica del cinema gotico con le nevrosi della società americana. Ogni stagione si sviluppa come un film a sé stante, con nuovi personaggi, nuove ambientazioni e nuovi incubi, ma spesso interpretati dallo stesso gruppo di attori, trasformati da trucco, psicologia e sceneggiatura. Il risultato è un’esperienza seriale che unisce horror, melodramma, satira e cultura pop in un mix visivo e narrativo che ha conquistato critica e pubblico. Dietro molte di queste metamorfosi si cela Evan Peters. Tra streghe, fantasmi, clown assassini e sette apocalittiche, l’attore ha saputo ritagliarsi un posto d’onore nella mitologia della serie. Ogni suo personaggio è un universo a parte, un’esplorazione dell’ambiguità morale e della psiche disturbata, senza mai cadere nella caricatura. Non si limita a interpretare: incarna, plasma, trasforma. Classe 1987, originario di St. Louis, Missouri, Peters si trasferisce a Los Angeles giovanissimo, coltivando il sogno della recitazione. Dopo una serie di ruoli minori, il 2011 segna una svolta decisiva: Murder House, prima stagione della saga, lo proietta al centro della scena. Da quel momento, non sarà più stato soltanto un attore ricorrente, diventando il baricentro emotivo e narrativo di un universo dove l’orrore assume ogni volta un nuovo volto, spesso il suo. Vi proponiamo un viaggio attraverso le sue interpretazioni più iconiche, da rileggere rigorosamente con le luci soffuse, magari durante una maratona notturna... 👻

TATE LANGDON - MURDER HOUSE [5/5]
Il debutto in AHS ha il volto di un adolescente dannato, allo stesso tempo fragile e minaccioso. Tate Langdon è un personaggio che affascina e inquieta con la stessa intensità. Peters lo interpreta con uno sguardo magnetico e una sensibilità spiazzante, trasformandolo in una vera e propria icona dark per un’intera generazione. Un villain tragico e romantico che ha lasciato un segno indelebile nella storia della serie.
KIT WALKER - ASYLUM [4.5/5]
Dall’oscurità alla luce. Kit è l’archetipo dell’innocente perseguitato, un uomo ingiustamente accusato di aver ucciso sua moglie. In un contesto dominato da follia e istituzioni oppressive, Kit incarna la speranza, la resilienza e la bontà umana. Peters offre una performance misurata, intensa e struggente, che gli vale una nomination ai Satellite Award come miglior attore non protagonista in una miniserie o film per la televisione. Un personaggio che rappresenta il contraltare morale dell’universo di Asylum, dove anche la salvezza sembra avere un prezzo.
KYLE SPENCER - COVEN [3.5/5]
Un moderno Frankenstein - ora attendiamo anche quello di Elordi -, costruito con pezzi di corpo e lacrime di innocenza. Kyle è forse uno dei ruoli meno centrali nella carriera di Peters all’interno della serie, ma resta comunque una prova interessante. Nonostante i limiti della scrittura, l’attore riesce a infondere al personaggio una dolcezza quasi disarmante, restituendo al mostro un’anima smarrita. 
JIMMY DARLING - FREAK SHOW [4/5]
Con Jimmy, noto come “il ragazzo aragosta”, Peters entra nel territorio del melodramma freak. Un giovane emarginato, segnato nel corpo e nell’anima, che cerca normalità e amore in un mondo che non fa sconti alla diversità. La sua interpretazione è toccante, empatica, sempre sul filo dell’emozione autentica. Un tributo a quei mostri “gentili” che la storia del cinema ha saputo trasformare in simboli di umanità.
Nota di Dea: e la voce che apprezziamo su "Come as you are" dei Nirvana è la sua! E la ritroveremo nella stagione 10, in cui vestiva i panni del vampiro Austin Sommers!
JAMES PATRICK MARCH - HOTEL [4.5/5]
La crudeltà può avere il volto dell’eleganza. March è un serial killer d’altri tempi, sadico e teatrale, ma con una raffinatezza che lo rende affascinante anche nella sua malvagità. Peters costruisce il personaggio come un dandy dell’orrore, con movenze studiate e un accento volutamente anacronistico. L’interpretazione è un esercizio di stile, un omaggio ai grandi “cattivi” cinematografici del passato.
KAI ANDERSON - CULT [5/5]
Qui l’attore raggiunge la sua vetta interpretativa. Kai è il volto inquietante del fanatismo contemporaneo, un leader carismatico e manipolatore capace di incarnare le paure più profonde dell’America post-trumpiana. Ogni battito di ciglia, ogni parola pronunciata da Peters ha il peso della minaccia, della seduzione e del controllo.
Ruoli successivi [3.5/5] 
Le stagioni più recenti lo vedono meno presente, ma la sua figura rimane un collante narrativo e simbolico. Anche nei ruoli minori, Peters riesce a lasciare il segno, confermando la sua capacità camaleontica di attraversare i generi e i toni senza perdere coerenza espressiva. Guardare American Horror Story senza Evan Peters è un po’ come immaginare Psycho senza Anthony Perkins o Il silenzio degli innocenti senza Anthony Hopkins: tecnicamente forse possibile, ma emotivamente del tutto impensabile. Ogni sua interpretazione ha contribuito a definire un immaginario horror televisivo dove il mostro è spesso più umano dell’uomo stesso. Il percorso di Peters è quello di un attore - lo scopriremo insieme -, che non si limita a recitare, ma abita i suoi personaggi con una dedizione quasi maniacale e l’immersione nel clima di questa serie televisiva ve ne offrirà un assaggio da brividi! 
ADULT WORLD (2013) [3.5/5]
Essere normali non fa rumore. In un’epoca in cui tutto deve manifestarsi come estremo, brillante o tragico, la semplicità sembra quasi un atto rivoluzionario. Ma la normalità, quando è autentica, può toccare più di mille forzature. Evan Peters, nell'Adult World di Scott Coffey, lo dimostra in un ruolo sorprendentemente sobrio, costruito su silenzi, piccoli gesti e una presenza rara: quella di chi non ha bisogno di imporsi per restare. Proviamo ad entrare in punta di piedi nella storia… 
Amy (Emma Roberts) ha vent’anni, è convinta di essere una poetessa destinata alla grandezza e ha una sola certezza: il mondo non la capisce. Appena uscita dal college, si ritrova a fare i conti con la realtà. Nessun editore vuole pubblicarla, nessuno la assume, nessuno sembra pronto a darle lo spazio che crede di meritare. Così, per puro caso e con una certa riluttanza, accetta un lavoro in un sexy shop di provincia, Adult World. Un luogo che sembra agli antipodi rispetto al suo immaginario intellettuale, eppure sarà proprio lì che qualcosa inizierà a cambiare. Il negozio è gestito da Alex (Evan), un ragazzo riservato, ironico, quasi invisibile nella sua normalità. Ma anche presente, paziente, e lucido. Nel frattempo, Amy riesce a entrare in contatto con il suo idolo letterario, Rat Billings (John Cusack), un poeta di culto ormai disilluso e tagliente, che accetta di farle da mentore più per sadismo che per altruismo. Billings è cinico, feroce, e ben poco disposto a incoraggiare i sogni di una ragazza troppo sicura e troppo impreparata. Tra questi due poli – la freddezza brillante di Billings e la gentilezza asciutta di Alex – Amy comincia un percorso tutto imperfetto, fatto di delusioni, piccole scoperte e primi, goffi confronti con se stessa. Nel cuore di questo percorso c’è proprio Alex.🖤 Non come salvatore, né come grande amore da film, ma come presenza discreta che accompagna senza invadere. Evan Peters costruisce il personaggio con una delicatezza che si fa notare solo se le stai davvero guardando: non ha battute memorabili né gesti eclatanti, ma ogni sguardo, ogni pausa, ogni risposta fuori tempo è perfettamente al suo posto. Il rapporto tra Amy e Alex cresce in modo naturale, tra malintesi, silenzi e brevi vicinanze. Lei irrompe nella sua vita come un uragano insicuro, lui resta saldo, non perché non senta nulla, ma perché ha imparato a non reagire subito. È un equilibrio instabile, fatto di rispetto e distanza, che a tratti si avvicina, poi si ritrae, come succede nelle storie che non devono dimostrare niente a nessuno. Quello che colpisce della performance di Peters è proprio la sottrazione. Il modo in cui resta in secondo piano senza mai sparire lo rendo il perno narrativo pur senza il supporto di artifici tecnici, visivi, estetici che hanno caratterizzato altri suoi personaggi. La capacità di incarnare una figura maschile che non è né idealizzata né sminuita: semplicemente reale. Alex lavora, ascolta, sbaglia, perdona. È il classico esempio di quell’essere umano che resta anche quando avrebbe tutto il diritto di andarsene. In una narrazione dominata da amori tossici e gesti teatrali, questa è la vera trasgressione. Una prova silenziosa, costruita con pazienza, che non cerca mai di rubare la scena (e proprio per questo finisce per conquistarla). Evan Peters interpreta Alex con un controllo raro: non c’è isteria, non c’è sentimentalismo, non c’è il bisogno di strafare per risultare memorabile. C’è una presenza costante, uno sguardo attento, una delicatezza quasi dimenticata nel racconto maschile contemporaneo. In un ruolo che poteva facilmente scivolare nel cliché del "bravo ragazzo" o dell’amico silenzioso, Peters riesce a trovare sfumature reali, evitando ogni semplificazione. Alex non è una spalla né un premio di consolazione per la protagonista. È un personaggio autonomo, costruito su fragilità sottili, su ritrosie che diventano tracce da seguire, segnali da cogliere e da cui imparare.
Fa esattamente ciò che serve al film: regge un equilibrio delicatissimo senza mai rubare la luce alla protagonista, eppure lasciando un'impronta nitida. La votazione che gli attribuisco non è un limite, ma una misura di coerenza: Peters si mette al servizio della storia, del tono, del personaggio. Non cerca il virtuosismo ma la verità. In un film che parla proprio della difficoltà di accettare la realtà per quella che è — semplice, ordinaria, a volte ingiusta questa scelta ha un valore dirompente. Adult World non è un film perfetto anzi per certi versi rispetta le aspettative di chi guarda senza troppi colpi di scena, ma come quasi tutti i romanzi di formazione (se non eccelsi almeno piacevoli) è onesto. Racconta con leggerezza una verità che spesso si sottovaluta: crescere non significa diventare qualcuno, ma comprendere sulla propria pelle che nessuno diventerà una creatura del tutto definita, fino al suo ultimo respiro. Nella semplicità di Alex, in quella normalità scelta e non subita, c’è forse la lezione più autentica di tutta la pellicola.
AMERICAN ANIMALS  (2018) [4.5/5] 
Cosa significa davvero desiderare di essere qualcuno, quando intorno a te tutto sembra grigio e sbiadito? Quando la vita ti scivola addosso come un film muto, senza colonna sonora, senza applausi? American Animals non è un semplice film di rapine, ma un’indagine profonda e ossessiva su quella vertigine che prende chiunque, prima o poi, decida di sfidare il proprio destino e riscrivere la propria storia. In questa storia vera, raccontata con un linguaggio ibrido che fonde documentario e finzione, la rapina non è il fulcro, ma il pretesto per esplorare l’anima di quattro giovani prigionieri di un’epoca e di un desiderio: essere “qualcosa di più”. La fotografia soffusa, i toni rarefatti e quella tensione che cresce come una marea invisibile creano un’atmosfera sospesa, fatta di sogni sfocati e di paure che non si dicono. È in questo magma emotivo che Evan Peters emerge come una presenza magnetica e disturbante. Warren Lipka, il suo personaggio, è il fuoco che arde senza controllo, la scintilla che incendia tutto. Warren è un ragazzo che parla come se fosse il protagonista di un film, che veste la realtà di fantasie eccessive per sfuggire a una vita che non lo soddisfa. Peters lo interpreta con una sensibilità feroce: ogni gesto, ogni parola, ogni sguardo sono carichi di una tensione quasi palpabile, un equilibrio precario tra carisma e fragilità. La performance di Evan Peters è un vero e proprio tour de force emotivo, un lavoro di sottrazione e intensità che riesce a incarnare la complessità di un personaggio che è al tempo stesso affascinante e tragico, carismatico e vulnerabile. Warren non è il classico “cattivo” o il semplice “leader” di una banda di rapinatori: è la personificazione di quella scintilla inquieta che brucia dentro chi non si accontenta di vivere nell’ombra, che vuole essere visto, ricordato, persino a costo di perdersi. Peters evita qualsiasi stereotipo o interpretazione sopra le righe. La sua è una resa autentica e sottile, costruita sulle sfumature di un ragazzo che recita costantemente un ruolo, non solo davanti agli amici ma anche davanti a se stesso. Warren è il regista della propria finzione, un tessitore di sogni grandiosi ma fragili, e Peters ne coglie ogni crepa, ogni esitazione, ogni attimo di fragilità nascosta sotto una maschera di sicurezza.
Il suo sguardo è il vero protagonista della sua interpretazione: spesso sfuggente, carico di tensione, capace di passare in un battito di ciglia dall’energia travolgente a un senso di vuoto profondo. Peters fa sentire lo spettatore sospeso su quella linea sottile tra euforia e disperazione, tra potere e impotenza. È un gioco di equilibrio che rende Warren più umano che mai, un ragazzo che si aggrappa a un sogno con tutte le forze, ma che si trova a fare i conti con la cruda realtà. Le scene in cui Peters lascia emergere la vulnerabilità di Warren sono particolarmente potenti: non ha bisogno di urla o gesti estremi per comunicare il caos interiore che lo attraversa. Basta un piccolo dettaglio – un sorriso nervoso, un silenzio improvviso, un'occhiata persa – per raccontare un universo di paure e desideri repressi. È una performance che tocca le corde più intime dello spettatore, che lo mette di fronte alla fragilità e alla complessità dell’essere umano. Inoltre, l’attore riesce a mantenere una carica magnetica anche nei momenti più quieti, trasformando Warren in una figura quasi ipnotica. È quel tipo di presenza che riempie la scena senza bisogno di grandi effetti, perché la sua energia drammatica nasce dalla sincerità del suo sguardo e dalla tensione emotiva che sa trasmettere. Accanto a lui, Barry Keoghan è Spencer Reinhard, la coscienza tormentata e sensibile del gruppo; Jared Abrahamson è Eric Borsuk, il pensatore che si perde nei suoi dubbi; Blake Jenner è Chas Allen, il pragmatico convinto che tutto si possa controllare. Ma è la figura di Warren a dominare la scena, a incarnare quella inquietudine che spinge a rischiare tutto pur di spezzare la monotonia e il senso di vuoto. L’atmosfera del film è un delicato equilibrio tra realtà e finzione, un limbo emotivo dove i confini si sfumano, e la realtà sembra piegarsi al desiderio di una storia più grande. 
La regia di Bart Layton, che lo ha diretto in questa storia vera, costruisce un mondo sospeso, in cui la giovinezza è un fuoco incandescente che brucia tutto, ma che rischia di lasciare solo cenere. La performance di Evan è il cuore pulsante di tale pellicola: intensa, magnetica, capace di evocare una giovinezza al tempo stesso luminosa e devastata, piena di speranza e di disperazione. Il suo Warren Lipka è un personaggio che non si dimentica, un vortice emotivo che trascina lo spettatore dentro un viaggio dentro la fragilità, il desiderio e la menzogna. A questo ruolo, il voto sopra, perché a mio giudizio non si limita a interpretare un personaggio - e di base, è proprio in questo modo che recita - ma lo rende esperienza, lo trasforma in una voce autentica e potente che rimane sospesa nello spazio e nel tempo, come un’eco che continua a risuonare ben oltre la fine del film. American Animals è molto più di una rapina andata male. È un racconto di gioventù fragile, di sogni infranti e di quel disperato tentativo di afferrare un frammento di immortalità, anche quando tutto sembra perduto. Perché, in fondo, non volevano diventare criminali. Volevano soltanto essere indimenticabili
OMICIDIO A EASTTOWN  (2021) [4/5] 
L'abisso del reale si può esplorare anche in piccoli angoli del mondo. Pare volerci raccontare questo Mare of Easttown, la miniserie trasmessa in Italia da Sky Atlantic, la cui matassa si snoda attorno a Mare Sheehan (Kate Winslet nella sua forma migliore), una detective di una piccola cittadina della periferia di Philadelphia che indaga sull'omicidio di una giovane madre e su una scomparsa irrisolta. Mare deve fare i conti non solo con casi complessi, ma anche con le ferite della sua vita privata: la perdita di un figlio per suicidio, la responsabilità di crescere il nipote e un rapporto complicato con la madre Helen (Jean Smart) e l'ex marito. La serie esplora le dinamiche di una comunità piccola e chiusa, dove ogni segreto e ogni dolore personale si riflettono nel lavoro della protagonista. Accanto a Mare c'è Colin Zabel, il detective statale interpretato da Evan Peters, che Craig Zobel dirige con precisione e sensibilità. Zabel non è un eroe tradizionale: è un uomo insicuro, timido, attento a fare tutto nel modo giusto, ma costantemente preoccupato di non essere all'altezza. Peters costruisce un personaggio complesso attraverso dettagli minimi e sfumature sottili: lo sguardo che vacilla, il sorriso trattenuto, la postura leggermente tesa, tutto concorre a creare un uomo che sembra reale e vulnerabile. È proprio questa delicatezza, questo equilibrio tra determinazione e fragilità, che rende Zabel memorabile nonostante il ruolo relativamente breve nella serie.
Ciò che accade nell'episodio 5, colpisce come un fulmine: Peters riesce a trasmettere la preziosità del personaggio fino all'ultimo istante, lasciando Mare e lo spettatore in uno stato di vuoto emotivo profondo. La relazione tra Zabel e Mare non è romantica, ma intensamente umana: ogni scambio di sguardi, ogni gesto è carico di fiducia, rispetto e comprensione, e Peters lo comunica con naturalezza, rendendo il suo personaggio un vero fulcro emotivo della storia. Completano il cast Julianne Nicholson, Angourie Rice, Guy Pearce e Cailee Spaeny, attori che contribuiscono a rendere il cosmo della serie realistico e stratificato, ma è proprio Evan Peters, che dona alla serie un'anima discreta ma indimenticabile, capace di illuminare ogni scena senza mai sopraffare, regalando a Zabel una profondità e una vulnerabilità rare che rimangono impresse nello spettatore.
AN AMERICAN CRIME (2007) [3.5/5] 
E' uno di quei film che lascia attoniti per la cruda potenza. Ambientato negli anni '60, ci mostra la storia vera di Sylvia Likens, un'adolescente che, abbandonata temporaneamente dai genitori, viene lasciata alle cure di una donna - Gertrude Baniszewski - che si rivela capace di una gelida crudeltà. Sylvia, e sua sorella Jenny, entrano in un incubo domestico fatto di abusi fisici, soprusi psicologici, complicità silenziosa del vicinato, il tutto seguito da un tragico finale. La regia di Tommy O'Haver non edulcora i fatti : non ci sono scorci di luce facili, ma neanche un eccesso voyeuristico gratuito. Il film mostra il male nella sua ordinarietà - nella casa che sembra quasi "normale", nei ragazzi che tendono il passo sbagliato, nel silenzio di chi sa ma non parla. Il cast è di grande spessore : Catherine Keener nei panni della Baniszewski è terrificante, verosimile, una donna distrutta che fa del male (e non per essere "cattiva" in senso fantastico, ma per frustrazione, povertà, disperazione, manipolazione). Elliot Page, precedentemente alla transizione, come Sylvia trasmette ogni sfumatura della sua lotta : la forza, la resa, l'umiliazione, il desiderio estremo di speranza. Un giovanissimo Evan interpreta Ricky Hobbs, vicino di casa, ragazzo che prova affetto per Sylvia ma finisce invischiato negli abusi. 
Non è l'istigatore principale, né la figura carismatica del male, ma la sua è la presenza che rende la tragedia ancor più disturbante : ci mostra come la complicità possa nascere - da timore, da desiderio di accettazione, da incapacità di fare diversamente. Peters non urla, non domina ogni scena, ma si fa percepire nei silenzi, nel viso che diventa luogo di conflitti interiori. Osservare Ricky equivale a guardare qualcuno che vacilla, che è spinto oltre se stesso. Questo lo rende un personaggio cruciale : in un film dove il male ha tante mani, la sua è una di quelle che inquietano maggiormente, perché ci ricorda che alle volte basta poco per spegnere la resistenza. Non ha lo spazio da protagonista assoluto, il suo arco è evidente ma non esplorato come quello di Sylvia o di Gertrude. Peters fa molto con quel poco che ha : rende credibile il ragazzo che cede, che sbaglia, che si associa malgrado qualche scricchiolio interiore. La performance è empatica ma allarmante, sobria ma memorabile. An American Crime è un film che fa male, specie trattandosi di fatti realmente accaduti - ma è necessario. La prova di Evan Peters è una delle ragioni per cui vale la pena ripercorrere tali atrocità, sebbene occorra prepararsi psicologicamente alla fatica.
GHOST WHISPERER (stagione 5, episodio 10, nel 2009) [3/5] 
Vent'anni fa, Ghost Whisperer - Presenze, a cui Dea è molto affezionata, faceva il suo debutto sul piccolo schermo, diventando fin da subito una delle serie più riconoscibili nel panorama del soprannaturale televisivo. Con una protagonista empatica, Oscar al pianto, e carismatica come Melinda Gordon, interpretata dalla dolce e intensa Jennifer Love Hewitt, la serie ha saputo raccontare il confine fra la vita e la morte in modo delicato, intimo, a tratti struggente, cionostante mai privo di speranza. Melinda è una donna apparentemente come tante, sposata e proprietaria di un negozio di antiquariato, apparentemente poiché possiede un dono straordinario : riesce a vedere e parlare coi defunti che, per vari motivi, non sono riusciti "a passare oltre". Ogni episodio è un viaggio tra emozioni sospese, parole non dette, verità che emergono solo quando è troppo tardi. La serie alterna episodi autoconclusivi a sviluppi più ampi, intrecciando la quotidianità di Melinda con misteri sempre più intricati, profondi e personali. Il tono rimane sempre equilibrato : malinconico, ma mai pesante, e non vi si avvertono forzature di alcun tipo. I cambiamenti subentrano sul finire della serie, intorno alla quinta stagione in cui ritroviamo una Melinda ormai madre, e un legame con l'aldilà che si complica, fra presenze che iniziano a comportarsi in modo sempre più ambiguo e imprevedibile. Proprio in questo frangente, fa la propria apparizione Peters, in un episodio dal titolo "Excessive Forces". Evan qui interpreta Dylan Hale, un ragazzo morto in circostanze che sembrano casuaali, ma che presto rivelano una certa tensione, un'inquietante che chiede di essere ascoltata. 
Dylan non è solo un fantasma, è una voce spezzata, una ferita ancora aperta e Melinda si ritrova a dover scavare sotto la superficie delle versioni ufficiali per dare verità e pace a un'anima che non riesce a trovare riposo. Il ruolo di Evan è limitato all'episodio ma la sua presenza lascia comunque il segno. C'è qualcosa nel suo sguardo - già all'epoca, prima del successo consolidato - che mette in luce una capacità innata di trasmettere tormento senza che questo venga urlato. Pur rimanendo confinato in un singolo angolo narrativo, da attore riesce a trasmettere tanto in poco tempo. E' un'apparizione che non sconvolge la struttura della serie, ma che funziona perfettamente nel contesto dell'episodio : Dylan è una di quelle anime che, incrociando la strada di Melinda, costringono tutti a guardarsi dentro. Non direi sia il ruolo più memorabile della serie, né fra i più complessi interpretati da Peters, ma c'è una sincerità di fondo che lo rende piacevole, nella volontà di raccontare un dolore trattenuto, la giustizia negata, l'umanità anche dopo la morte. In un episodio che mescola tensione, rivelazioni e redenzione, Dylan Hale risulta un tassello perfettamente incastrato.
X-MEN (2014, 2016, 2019) [5/5, 4/5, 3/5] 
La saga degli X-MEN ha lasciato un'impronta nell'industria cinematografica per la capacità di intrecciare azione, temi sociali e personaggi profondamente umani nonostante i superpoteri. Tra le figure che spiccano non per invadenza ma per indispensabilità, il Quicksilver di Evan, che in tre capitoli riesce a costruire un percorso leggero, ironico, incisivo.
DAYS OF FUTURE PAST : risultato folgorante per la regia di Bryan Singer. Evan, con il suo sorriso beffardo e la sua energia scattante, trasforma un personaggio secondario in una ventata d'aria fresca nel cuore di un racconto abbastanza cupo. L'ho trovato mai sopra le righe, frizzante, e magnetico in ogni scena, dà allo spettatore la sensazione di aver guardato qualcosa di unico.
APOCALYPSE : qua notiamo un approfondimento del personaggio, un Quicksilver non più solo ragazzo sfrontato che si diverte ma da cui emergono fragilità e primi segni di crescita. L'introspezione è interpretata in modo non pesante, non perde la scintilla iniziale, la arricchisce al punto da renderla tridimensionale. Le sequenze che lo riguardano rimangono fra le più riuscite del film, troppo bomba vederlo in azione su Sweet Dreams :
DARK PHOENIX : il voto in meno è perché lo spazio a disposizione si restringe e la scrittura non gli permette di esprimere tutto il potenziale costruito nei film precedenti. Nonostante ciò, il personaggio rimane coerente, anche nei brevi momenti si fa notare. Lo paragonerei a quel ritornello che parte per poco ma sai a quale canzone appartiene. 
DAHMER : MONSTER. THE JEFFREY DAHMER STORY  (2022) [5/5] 
Uscita su Netflix, la miniserie affronta uno dei casi più agghiaccianti della cronaca americana, ma lo fa con una lente diversa: non quella del sensazionalismo, bensì quella della disumanità quotidiana. Creata da Ryan Murphy e Ian Brennan, la serie ricostruisce la vita e i delitti di Jeffrey Dahmer, il cosiddetto “mostro del Milwaukee”, responsabile di diciassette omicidi tra la fine degli anni Settanta e l’inizio dei Novanta. La trama segue la sua esistenza frammentata, dall’infanzia isolata ai rapporti distorti con le vittime, fino all’arresto e al processo, mostrando come l’indifferenza sociale e istituzionale abbia permesso che l’orrore si ripetesse nel silenzio. Ma è Evan Peters a trasformare la serie in qualcosa di più di una ricostruzione: è il suo sguardo immobile e con l'iride tenuta scura, la voce bassa e piatta, il corpo che sembra disabitato con una camminata fedelmente rigida, a rendere Dahmer una presenza che inquieta anche quando non compie nulla. Peters lavora con minuzia, annullando ogni gesto superfluo, costruendo un personaggio che non esplode mai, ma logora lentamente lo spettatore. La sua interpretazione è una continua tensione trattenuta, una calma che fa paura proprio perché non si incrina. Ciò che impressiona è la totale mancanza di compiacimento: Peters non cerca di “giustificare” il mostro, ma di mostrarne il vuoto. Quell’assenza di emozione diventa la sua cifra più disturbante. È come se il male non fosse un gesto, ma una condizione esistenziale. La sua prova è così precisa, così calibrata, da far dimenticare l’attore dietro il personaggio, un effetto raro e pericoloso del quale ha spesso rimarcato la difficoltà anche in termini emotivi. 
Il risultato è stato riconosciuto a livello internazionale: Evan Peters ha vinto il Golden Globe 2023 come miglior attore in una miniserie, oltre a numerose candidature e premi della critica. Ma al di là delle vincite, la sua performance resta un’esperienza a sé dalle seguenti interpretazioni della saga dei "mostri": un’immersione nell’abisso della solitudine e della devianza. Dahmer è una serie che non consola, ma scava. Evan Peters, con la sua interpretazione lucida e spettrale, diventa il punto di contatto tra l’orrore e la pietà, ricordandoci che il vero terrore non è nei gesti estremi, ma nella seraficità con cui vengono compiuti.
    Nota di Dea : mi sono esposta diverse volte su quanto queste serie mi abbia convinta, la guardai immediatamente, la guardai tutta insieme, e le diedi un A+. Sono pienamente consapevole delle critiche negative collezionate dal suo creatore : c'è chi affossa Murphy per quanto "diva" sia, e per il motivo che inserisce sempre del proprio invece di preoccuparsi unicamente della ricostruzione dei fatti, e di fatto, i capitoli da lui proposti scelgono dei protagonisti "estetici", non si ricerca troppo quello che si somiglia, ma quello che può ricordare e migliorare l'aspetto dell'originale. E sarà anche una "furbata" per fare più ascolti, ma gli attori scelti sono dei grandi. E lui si è rivelato proprio un mostro, nella più positiva accezione, nei panni di Dahmer. Altra lancia spezzata a favore di Murphy, ha una capacità, a mio giudizio, di stratificazione di una brillantezza unica, in questa serie al suo apice, trovo. E vogliamo parlare di Niecy Nash? Un timore, un pianto automatico... e non ha mancato di tornarci a più riprese nel raccontarlo : sul set aveva realmente paura di Evan, si chiedeva perché la trattasse con così tanta freddezza nonostante la gentilezza che gli dimostrava, per poi capire che era solo tutto parte del processo, che nessuno dei due sarebbe riuscito a ricreare quel tipo di inquietudine lì se fossero stati d'amore e d'accordo sin da subito. Roberta lo scrive, e io concordo, Evan è riusciuto a portarmi fuori da Evan, era veritiero fino a quel punto, un'autenticità senza limiti che non riesco a trovare altrove. Ha raccontato di aver fatto un lavoro di immersione mentale che coinvolgeva l'ascolto di quella voce sino a notte fonda, e di essere riuscito a venirne fuori dopo un bel po' di tempo con l'aiuto di amici e film commedia. Non nego di essermi preoccupata in questi anni per la sua salute mentale, è la musa di Ryan Murphy e dove c'è Ryan Murphy c'è un ruolo tosto... ma, nonostante le pause che ha sentito di volersi prendere per potersi recuperare emotivamente, tornerà nella tredicesima stagione di AHS. Normal people scare him!





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